Bartolomeo Sacchi, detto Platina, storiografo e
prefetto della Biblioteca Vaticana, scrisse nel 1474 un ricettario
noto col titolo abbreviato De Honesta Voluptate, in cui si accenna
all'essiccazione per conservare la pasta: "Desicata al sole
tale vivanda durara per duo et etiam tre anni. Maxime se dil mese
d'agosto sara ipastata. Se cum luna crescente ipastati." In
tempi di magro, Platina consiglia di servire i vermicelli "cum
zucharo".
Il clima secco e ventilato della Liguria, della Sicilia e della
Campania (in particolare a Torre Annunziata e a Gragnano) favorirono
la produzione della pasta, che per secoli venne lasciata essiccare
tramite semplice esposizione all'aria.
Successivamente, il norditalia dove il clima era meno propizio inventò
la giostra, cioè un marchingegno di legno formato da un asse
centrale verticale per sostenere i telai con le paste corte o in
matassa o le canne con la pasta lunga. La giostra si trovava in
un locale riscaldato e girava utilizzando forza motrice idrica o
animale.
Il mitico "sposo" della pasta, il pomodoro, arrivò
in Italia dal Perù nel 1554, ma la coltivazione su larga
scala ebbe inizio solo nel XVII secolo. La pasta col pomodoro nasce
quindi "appena" quattro secoli fa.
Etimologia di "semola": viene dal latino simila = farina
di grano, che a sua volta è una corruzione del greco semidalis,
proveniente forse dall'egiziano o comunque da un idioma mediterraneo
non indoeuropeo.
Nel '500 i maestri di paste alimentari, trapiantati ormai in tutt'Italia,
cominciano a fare quello che i mugnai o fornai avevano già
fatto da secoli: si riuniscono in sodalizi di mestiere. Troviamo
corporazioni di pastai a Roma, Napoli, Palermo, Milano, Savona.
Nelle città dove tale arte era meno fiorente, i pastai si
immatricolavano insieme con i fornai. A Roma regna un'atmosfera
"protezionista". Per chi vende pasta senza essere un fornaio
sono previste forti multe e pene corporali: sino a 25 scudisciate,
tratti di corda, prigione e berlina.
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