Le prime due date certe nella storia della pasta
in Italia sono: 1154, quando in una sorta di guida turistica ante
litteram il geografo arabo Al-Idrin menziona "un cibo di farina
in forma di fili", chiamato triyah (dall'arabo itrija, che
sopravvive nella lingua moderna e deriva dalla radice tari = umido,
fresco), che si confezionava a Palermo e si esportava in botti in
tutta la penisola (in Sicilia oggi si trovano ancora la tria bastarda
e i vermiceddi di tria; nel Salento la massa e tria e i ciceri e
tria; nell'area barese c'è la tridde, diminutivo di tria);
e 1279, quando il notaio genovese Ugolino Scarpa redige l'inventario
degli oggetti lasciati da un marinaio defunto, tra i quali figura
anche una "bariscela plena de macaronis". Sappiamo che
Marco Polo tornò dalla Cina nel 1295: viene così sfatata
la leggenda che sia stato lui ad introdurre la pasta (quella conosciuta
in Cina, peraltro poco aveva a che vedere con quella di grano duro
tipica del nostro paese) in Italia.
Furono gli Arabi del deserto ad essiccare per primi le paste per
destinarle a una lunga conservazione, poiché nelle loro peregrinazioni
non avevano sufficiente acqua per confezionare ogni giorno la pasta
fresca. Nacquero così dei cilindretti di pasta forati in
mezzo per permettere una rapida essiccazione. Quando? Il più
antico documento è costituito dal libro di cucina di 'Ibn
'al Mibrad (IX sec), dove appare un piatto comunissimo tra le tribù
beduine e berbere, ancor oggi conosciuto in Siria e in Libano: si
tratta della rista, cioè maccheroni essiccati conditi in
vario modo, ma soprattutto con lenticchie.
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