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> CARTELLA STAMPA
ALLE ORIGINI DELLA PASTA, UNA STORIA LUNGA 3000 ANNI
Dagli Etruschi ai nostri giorni, un affascinante
e misterioso excursus spazio temporale per il cibo più amato dell’era
globale, le cui origini si perdono nella notte dei tempi.
"Pasta" la parola...
L’etimologia di "pasta", nel tardo
latino pãsta (m), deriva probabilmente dal greco P A S T
H (pástë), letteralmente "farina mista a un liquido"
o "farina con salsa", a sua volta forma sostantivata del
verbo P A S S E I N (pássein) "impastare". Però,
nonostante l’origine greca del termine, non è possibile
attribuire ad un popolo in particolare la paternità del primo
impasto di grano polverizzato ed acqua, e la successiva idea di
essiccarlo per necessità di conservazione e comodità
di trasporto. Logica vuole che la pasta, come il pane, fu un ‘cibo
spontaneo’, legato alla scoperta e all’uso dei cereali
la cui coltivazione e diffusione avvenne quasi contemporaneamente
in molte popolazioni antiche che, in seguito, scoprirono, spinte
da bisogni e abitudini alimentari differenti, come utilizzare il
grano per impasti ad uso alimentare. In tempi remotissimi, nel bacino
del Mediterraneo si svilupparono coltivazioni di frumento e orzo,
di grano saraceno nell’Africa settentrionale, di avena nel
Nord Europa e di segale nei paesi anglosassoni. Indagini e studi
di archeologia alimentare, infatti, testimoniano che i cereali furono
scelti da molti popoli come base dell’alimentazione e che,
in tappe successive, si arrivò alla macinazione, alla farina,
all’impasto, alla sfoglia e…alla pasta che iniziò
ad essere cotta in acqua salata, in acqua di mare dove possibile
o in acqua e sale.
Sulle origini millenarie e misteriose della pasta,
un mito è, però, decisamente da sfatare. E’
solo una leggenda, dovuta ad interpretazioni successive degli scritti
di Marco Polo, l’idea che vuole quest’alimento introdotto
in Europa proprio dal grande viaggiatore veneziano che l’avrebbe
scoperta e importata dalla Cina, paese da cui la pasta come noi
la intendiamo non è, invece, originaria. Una prova per tutte:
nel 1279, quando il grande esploratore veneziano si trovava alla
corte del Gran Kan, a Genova veniva redatto il testamento di Ponzio
Bastone che lasciava ai suoi eredi una ‘bariscela de macaronis’,
ovvero una cassa piena proprio di maccheroni!
Il mito e le origini, dagli etruschi a Napoli
Se, idealmente, il mito della pasta non si può
non farlo cominciare da Cerere, dea delle messi e dei cereali, le
sue prime tracce storiche emergono da una tomba etrusca di Cerveteri
che si presenta ornata da un curioso motivo di coltelli, mattarelli
e rotelle che sembrano quelle ancora oggi usate per la preparazione
dei ravioli. E proprio gli Etruschi pare preparassero delle lasagne
di farro, un cereale molto simile al frumento. Ai tempi dell’antica
Roma, nei primi anni dopo Cristo, il cuoco Apicio parla nel suo
libro di cucina, di fatto il più antico ricettario romano,
di qualcosa di molto simile alle lasagne, preparate a base di farina
e molto raccomandate per "racchiudervi timballi e pasticci".
Letteralmente si chiamavano "lagana", e le "lagane"
e "laganelle" che ancora oggi si mangiano nel sud d’Italia
ne sono le estreme pronipoti. Molto le gradiva il poeta Orazio,
amante della vita semplice e rustica, che in un’ode ci dice
di preferire una scodella di porri, ceci e lagane a casa sua piuttosto
che frequentare gli opulenti banchetti dell’imperatore Augusto.
Si data intorno all'anno Mille la prima ricetta
documentata di pasta, tratta dal libro "De arte Coquinaria
per vermicelli e maccaroni siciliani", scritto da Martino Corno,
cuoco del potente Patriarca di Aquileia. Di certo la pasta era già
ben conosciuta nei paesi arabi, dove ancora oggi si parla di "makkaroni".
Dai paesi arabi l’osmosi con Grecia e Sicilia (allora colonie
arabe) è inevitabile. In verità, gli Arabi importarono
la pasta per tutto il bacino del Mediterraneo, ma soltanto in Italia
essa si diffuse in maniera così straordinaria. E’ Palermo,
storicamente, la prima vera capitale della pasta, perché
qui si hanno le prime testimonianze storiche di produzione di pasta
secca a livello artigianale-industriale. Nel 1154 il geografo arabo
Al-Idrisi, al servizio di Ruggero II, narra in un suo scritto che
in una zona abitata con case e molti mulini, precisamente a Trabia
a 30 km da Palermo, "si fabbrica tanta pasta in forma di fili
(itrija) che viene esportata in tutte le parti, nella Calabria e
in tanti paesi musulmani e cristiani anche via nave". E ancor
oggi, come si sa, la parola "tria", derivata proprio da
quei fili, designa la pasta fatta in casa in vaste aree della Sicilia
e della Puglia.
Molti spunti sulla pasta si possono desumere da
scritti del XII e del XIII secolo dove si trovano spesso riferimenti
a grandiose abbuffate di lasagne con formaggio. Jacopone da Todi
nomina la pasta in una delle sue invettive contro il Papa e Boccaccio,
nel Decamerone, fa raccontare da Maso del Saggio a Calandrino che
nel paese di Bengodi "eravi una montagna tutta di formaggio
parmigiano grattugiato sopra la quale stavan genti che niuna altra
cosa facevan che far maccheroni e raviuoli...". Tra 1400 e
1500 si diffonde in Liguria la produzione artigianale dei "Fidei"
(tipo di pasta così chiamata nel dialetto locale, antenata
degli attuali "fidelini" o "fedelini"). A Genova,
nel 1574, nasce la Corporazione dei Pastai, mentre tre anni dopo
a Savona viene costituita la "Regolazione dell'Arte dei Maestri
Fidelari". Ma per una vera e propria rivoluzione culinaria
bisognerà attendere fino al XVII secolo quando, a Napoli,
la pasta incontrò il pomodoro, appena giunto in Europa dopo
la scoperta dell’America. Il connubio pasta e pomodoro divenne
insuperabile, facendo dimenticare le combinazioni agrodolce e dolce-salato
che fino ad allora si utilizzavano in cucina. Anche così
condita, però, la pasta rimaneva sempre cibo delle classi
povere, soprattutto perché veniva ancora mangiata con le
mani. A consacrarla vero e proprio piatto "cult" anche
tra l’aristocrazia fu la geniale trovata di un ciambellano
di re Ferdinando II di Napoli, tal Gennaro Spadaccini, che nel ‘700
inventò la forchetta a quattro punte corte, da allora usata
per mangiare la pasta anche nelle corti di tutta Italia.
Dall’artigianato all’industria moderna: le radici dell’era
"globale"
A Napoli la pasta veniva preparata impastando la semola con i piedi.
Il pastaio stava seduto su un lungo sostegno e nel frattempo impastava
la semola. Il re di Napoli Ferdinando II non era contento di questo
metodo di pastificazione e ingaggiò un famoso ingegnere per
migliorarne il procedimento. Il nuovo sistema consisteva nell'aggiungere
acqua bollente alla farina fresca macinata e al lavoro di impastatura
con i piedi subentrò una macchina fatta di bronzo che imitava
perfettamente il lavoro svolto dall'uomo. Intanto, nel 1740 anche
la città di Venezia concede (a tal Paolo Adami) la licenza
per aprire il primo pastificio. I macchinari erano abbastanza semplici.
Consistevano in una pressa di ferro azionata da alcuni giovani ragazzi.
Nel 1763 il Duca di Parma, Don Ferdinando di Borbone, concede a
sua volta al signor Stefano Lucciardi di Sarzana il diritto di privativa
per 10 anni, per la produzione di pasta secca - "all'uso di
Genova" - nella città di Parma. Alla fine dell’Ottocento,
l’essiccazione ad aria calda è una realtà, coperta
da numerosi brevetti. E la pasta muove i primi passi come prodotto
mondiale con i primi pastifici industriali aperti in Francia, a
Clermont Ferrand, e in Svizzera.
Nel XIX secolo a Napoli, mentre la crescita demografica
aggravava la situazione delle disponibilità alimentari, una
vera rivoluzione tecnologica (la diffusione della gramola e l'invenzione
del torchio meccanico) consentì di produrre pasta a prezzo
più conveniente. Inizialmente in legno e con campana di rame,
il torchio andò via via raffinandosi e ottimizzandosi. Dal
1870 la pasta diventa così sempre più protagonista
dell'alimentazione popolare con il varo, sempre a Napoli, del torchio
idraulico, prodotto dalla ditta Pattison. Nella fase d’avvio
della produzione industriale molto ha contato il clima partenopeo
e la vicinanza della città al mare che favorisce, in Campania
come in Liguria e in Sicilia, la migliore essiccazione e la conservazione
a lungo del prodotto.
I grandi e la pasta: un amore al primo assaggio
Generali, condottieri, poeti…la storia è
piena di uomini illustri che hanno voluto rendere omaggio alla pasta,
innamorati del suo gusto e conquistati dai suoi mille formati e
varietà. A scoprire l’importanza di un regime alimentare
a base di pasta fu Carlo VIII nel 1500 che, nel corso della sua
spedizione alla conquista del Regno di Napoli, pretese che il suo
esercito imparasse a nutrirsi da ‘persone civili’, con
abbondanti porzioni di maccheroni conditi con "butirro, cannella,
zuccaro et formaggio". La stessa pasta che fece dire a Napoleone
Buonaparte, abbracciando a Losanna il portabandiera di un manipolo
di legionari esule partenopei, "Vi condurrò presto a
mangiare i maccheroni a Napoli". Non sappiamo se fossero maccheroni,
ma la storia riporta che i Mille di Giuseppe Garibaldi, sbarcati
a Marsala l’11 maggio 1860 nonostante la resistenza delle
navi di Napoleone III, vennero rifocillati con altrettanti porzioni
di pasta al tonno. La pasta "con la pummarola ‘ncoppa"
non riesce, però, a conquistare il palato di Giacomo Leopardi
che, arrivato a Napoli nel giugno del 1833, le preferisce gelati
e confetti, non trovandola né buona né cattiva, ma
definendola ‘simbolo di stupidità’. Forse il
giudizio negativo del poeta de L’Infinito sulla pasta voleva
essere una condanna della cattiva morale di quei tempi, ma quest’affronto
non lo digerì mai Benedetto Croce che, da buon meridionale,
era invece un grande estimatore della pastasciutta in tutte le sue
varietà.
La pasta, comunque, era molto amata anche
fuori dai confini nazionali. Ad importarla negli USA fu il terzo
presidente degli Stati Uniti d’America, quel Thomas Jefferson
detto ‘il saggio’, che, venuto a Milano per convincere
Napoleone a vendergli lo stato della Louisiana, si innamorò
a tal punto della pasta da portarsi a casa, nascosto in un candido
lenzuolo, un torchietto per preparare i primi d’America.
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